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Medici Senza Frontiere, lo «strappo» di Gaza

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La decisione di Medici Senza Frontiere (MSF) di sospendere parte delle attività all’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, rappresenta uno degli sviluppi più delicati e politicamente sensibili della guerra tra Israele e Hamas. 

Per la prima volta dall’inizio del conflitto un’importante organizzazione umanitaria internazionale — spesso critica verso Israele per i bombardamenti su strutture sanitarie — ha denunciato la presenza sistematica di uomini armati all’interno di un ospedale operativo.

MSF ha accumulato nei decenni una reputazione e una credibilità notevoli, spesso pagate con il sangue dei suoi medici, infermieri, personale umanitario. È una delle ong più presenti nei conflitti, guerre civili, calamità naturali. La sua missione richiede una neutralità fra le parti che non sempre è realistica né verosimile, per la semplice ragione che chi si arruola – a rischio della vita – in queste organizzazioni umanitarie, inevitabilmente ha un retroterra politico e ideologico. Dunque non è strano che MSF sia stata considerata filopalestinese dagli israeliani. Era accaduto anche a delle agenzie delle Nazioni Unite, per la stessa ragione. Ma proprio per questo lo «strappo» di MSF fa notizia: avalla accuse che le forze armate israeliane avevano lanciato fin dall’inizio del conflitto, sull’uso

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