di federico thoman
I due «politici» neri più influenti della Storia degli Stati Uniti sono Martin Luther King e Barack Obama. In mezzo a loro si colloca, temporalmente ma anche idealmente, Jesse Jackson, scomparso oggi all’età di 84 anni dopo un’ultima fase della sua esistenza segnata da una malattia neurodegenerativa. Il reverendo fu un giovane membro della cerchia di King e diventò presto celeberrimo per le sue orazioni quasi mistiche ma anche per la sua ambiziosa autostima: era presente quando M. L. K. fu assassinato a Memphis nel 1969 e fu tacciato di protagonismo per essersi presentato in tv, il giorno dopo, con la giacca ancora sporca del sangue del pastore che contribuì ad abbattere la segregazione razziale. Jackson non mancò poi, quasi 40 anni dopo, di commentare l’ascesa del giovane Barack alla Casa Bianca nel 2008, cosa che a lui non riuscì nelle due volte in cui partecipò alle primarie dem. Ma un microfono aperto durante una pausa di un’intervista con Fox News in cui sparò a zero contro il futuro presidente creò un polverone da cui il reverendo faticò
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