di Stefano Agnoli
Nonostante le sanzioni, il Cremlino ha continuato ad incassare cifre significative grazie alla riallocazione dei flussi verso Asia e Medio Oriente e all’uso di intermediari non sanzionati
«La guerra è la più costosa delle follie». La frase viene attribuita a Adam Smith, l’autore della «Ricchezza delle Nazioni», e sebbene sia verosimilmente solo una parafrasi del suo pensiero resta attuale per tutti i conflitti, invasione russa dell’Ucraina compresa. Per sostenere l’aggressione – che il 24 febbraio arriverà al traguardo dei quattro anni, più a lungo quindi della durata della «guerra patriottica» del 41-45 – Mosca ha dovuto trasformare la propria economia in un meccanismo di finanziamento permanente della guerra.
E secondo l’analisi aggiornata del Center for Research on Energy and Clean Air, il centro di ricerca indipendente con sede in Finlandia, il cuore di questo meccanismo risiede nelle entrate energetiche, che malgrado le sanzioni, il price cap del G7 e restrizioni varie hanno portato alle casse del Cremlino più di un trilione di euro dall’avvio del conflitto. Per la precisione 1.019 miliardi di euro. Più di 14 miliardi di euro solo lo scorso gennaio e 202 miliardi in tutto il 2025.
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