di Marta Serafini
Con un solo raid Mosca lascia al buio e al gelo centinaia di civili sfruttando le vulnerabilità delle abitazioni ideate da Chruscev e costruite tra gli anni ’50 e ’80
Chiunque abbia viaggiato in Ucraina o nei Paesi dell’ex Unione Sovietica conosce i panelki: enormi blocchi residenziali in cemento prefabbricato, ripetuti all’infinito lungo le periferie urbane. Questi casermoni, spesso a più piani, furono costruiti in massa tra gli anni Cinquanta e Ottanta su impulso di Nikita Chruscev, deciso a razionalizzare l’abitare secondo un’ottica socialista: funzionale, standardizzata, economica.
All’epoca i panelki rappresentavano il volto del modernismo sovietico: un simbolo di progresso e di efficienza, ma soprattutto uno strumento per combattere la cronica scarsità di alloggi nelle città trasformate in poli industriali. Le prime serie, le cosiddette Chruscevka, erano palazzi di 4–5 piani con appartamenti minuscoli ma dotati per la prima volta di bagno e cucina privati; le generazioni successive, le Brezhnevka – così chiamate dall’era di Leonid Breznev – si sono innalzate fino a 9, 12, 16 piani, con ascensori e una distribuzione degli spazi appena più confortevole, ma sempre nel segno del prefabbricato e della standardizzazione.
Dietro questo paesaggio di cemento c’era una logica:




