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Il capitalismo è cambiato: tecnologie e rapporto capitale-lavoro, ecco l’origine delle nuove diseguaglianze

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L’America continua a sfornare dati economici positivi – da ultimo un aumento dell’occupazione molto migliore delle aspettative a gennaio (+130.000 assunzioni al netto dei licenziamenti) e un’inflazione più moderata del previsto (solo 2,4%) – eppure sappiamo che l’umore nazionale tende al negativo

In particolare permane un’elevata insoddisfazione per il carovita, che potrebbe contribuire a una disfatta elettorale dei repubblicani nelle legislative di novembre.

Per conciliare questi aspetti apparentemente contradditori – dati macro buoni, atmosfera pessimista – una delle spiegazioni sta nelle diseguaglianze crescenti. Queste però vanno analizzate in profondità. Bisogna cominciare sfatando un mito molto europeo: il capitalismo Usa non è «selvaggio e sfruttatore». In realtà è ben più generoso di quello europeo nei livelli salariali, e questo contribuisce ad alimentare un’immigrazione dall’Europa verso gli Stati Uniti che neppure Trump riesce a fermare.

Però qualcosa nella struttura del capitalismo americano ha spostato risorse dai salari ai profitti, dal monte retribuzioni ai dividendi azionari. Attenzione, questo contribuisce anche ad arricchire certe categorie di lavoratori: i talenti più ricercati che vengono pagati in stock-option e distribuzioni di azioni; i manager che ricevono compartecipazioni al capitale; anche quel vasto ceto medioalto che ha una quota cospicua di risparmi in azioni e

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