
CIME TEMPESTOSE. Nelle sale
Che fine ha fatto il romanticismo languido di Cime tempestose, best seller di metà Ottocento di Emily Brontë (1818-1848)? Dove sono finiti i giorni struggenti e il vento ingannevole delle scogliere, le gote emaciate di Cathy e il colorito meticcio di Heathcliff, che con lei con divise un amore definitivo? «Ti seguirò fino alla fine del mondo», sospira lui. Diciamo subito che Emerald Fennell conferma il talento dinamico mostrato con Una donna promettente (2020) e, soprattutto, il disturbante Saltburn (2023), cercando di costruire una versione furba, piacionissima, sensuale del romanzo di Emily Brontë. Manca, che peccato, la componente rivoluzionaria, trasgressiva. Intendiamoci: lo spettacolo c’è, imponente e ben piastrellato. Ma l’intento sovversivo si riduce a uno show digital-patinato tra Via col vento e Brivido caldo che con il romanzo capostipite ha poco a che vedere e toglie spessore alla storia.
Rivisitazione personale, si dice. Furba, piaciona, sensuale. Fatto sta: l’amore adolescenziale del libro diventa nel film un’elettrica attrazione (fatale) di corpi e anime. Fennell cerca il fuoco della passione. E l’incendio brucia, annienta, distrugge. La fiaba si allinea a una visione estetica che trascende l’epoca in cui si svolgono i fatti e vaga in un ovunque multietnico con




