
di Massimo Franco
Quando esponenti di primo piano della destra insistono sull’esigenza di «spiegare i contenuti», tradiscono la sensazione di un vuoto non solo di informazione ma di interesse dell’opinione pubblica
L’unica certezza, per ora, è che qualunque sia il risultato del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, il governo di Giorgia Meloni non cadrà. E non solo perché lo ha già anticipato la premier. Sebbene sia l’unica riforma sulla quale la maggioranza ha puntato, accantonando premierato e autonomia regionale, intanto non è quella in cima alla lista di Palazzo Chigi e Fratelli d’Italia. A volerla dall’inizio è stata soprattutto Forza Italia, che non smette di intestarsela nel segno di Silvio Berlusconi, evocando magistrati «politicizzati» e «giustizia giusta».
Non solo. Se, come si teme, l’astensionismo non permettesse di raggiungere il 50% di partecipazione, il risultato sarà valido comunque. Ma il non voto diventerà l’alibi perfetto per i perdenti. Se prevarranno i Sì alla riforma governativa, lo schieramento del No potrà dire che la coalizione meloniana non ha voluto dare più tempo per la rimonta; e che Palazzo Chigi ha mobilitato tv e giornali «amici» per impedire agli avversari di spiegare le proprie ragioni, favorendo la




