La crisi del Washington Post è quella che fa più notizia, perché colpisce il quotidiano della capitale, che occupa un posto speciale nel Pantheon della stampa americana: per il ruolo che ebbe nel far cadere il presidente Richard Nixon con lo scandalo del Watergate (1974). Inoltre il suo proprietario è Jeff Bezos di Amazon, accusato di volersi accattivare Donald Trump, sospettato di voler depotenziare l’opposizione al presidente da parte dei suoi giornalisti. Ma è solo l’ultimo capitolo di un declino più antico, più vasto, e dalle cause molteplici.
All’inizio di febbraio 2026 il Washington Post ha annunciato una drastica riduzione del personale, pari a circa un terzo dell’organico complessivo, con centinaia di tagli anche nella redazione. Le aree colpite hanno incluso, tra le altre, sport, libri e parte della copertura internazionale, nell’ambito di una ristrutturazione finalizzata a rendere il giornale finanziariamente sostenibile.
Alla vigilia dei tagli, diversi giornalisti avevano pubblicamente chiesto a Jeff Bezos di intervenire per fermare o attenuare la riduzione del personale. Il suo silenzio è stato percepito come significativo, in quanto proprietario e decisore ultimo della strategia aziendale.
Il sindacato che rappresenta gran parte dei dipendenti del Post ha denunciato un progressivo «svuotamento» del giornale,



