
di Aldo Grasso
Mercoledì ho provato tenerezza quando Carlo Conti ha confessato a Fiorello, al telefono, che la scelta di Andrea Pucci era tutta sua: «La mia scelta è per uno che riempie i teatri». Non so se Pucci riempia davvero i teatri (può darsi, visto che c’è ancora un pubblico che ama battute sessiste e omofobe); non so se Conti l’abbia scelto in autonomia (può darsi, ma allora dimostra o di non saper fare il suo mestiere o di voler rendere omaggio all’aria che tira); non so, infine, se Pucci abbia poi declinato l’invito per paura degli sberleffi o per immolarsi a vittima, com’è d’uso oggi dalle sue parti.
C’era un solo modo per far capire chi sia Pucci a chi non conosce Pucci, o l’ha visto solo di sfuggita in tv (persino in quel «covo di sinistra» che è «Zelig»): depotenziare il suo umorismo portandolo all’esasperazione.
È quello che ha fatto Fiorello a «La Pennicanza» (Rai Radio2), proponendo «il clamoroso monologo di Pucci se fosse andato a Sanremo».
«Una risata vi seppellirà»: uno degli slogan più in voga nel Sessantotto è diventato oggi la principale chiave di lettura del medievalismo politico di questi




