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Russia, il petrolio resta senza compratori: superpetroliere ferme e sconti record mettono a rischio i conti del Cremlino

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Tra nuove sanzioni, sequestri della flotta ombra e pressioni su India e Cina, il greggio Urals crolla a 45 dollari al barile. I ricavi energetici scendono ai minimi dal 2020 e il bilancio russo entra in zona di vulnerabilità.

Decine di superpetroliere cariche di greggio russo restano ferme al largo, senza un compratore disposto a rilevarne il carico. Intanto le capitali occidentali intensificano i sequestri delle unità più datate su cui Mosca ha fatto affidamento per aggirare le restrizioni. I clienti del petrolio russo pretendono oggi ribassi sempre più marcati, ai livelli più elevati dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Per la principale fonte di entrate del Cremlino si tratta di un passaggio delicatissimo che rischia di compromettere lo sforzo bellico in Ucraina. Fin dall’offensiva lanciata nel 2022, Stati Uniti ed Europa hanno tentato di comprimere la capacità di esportazione energetica russa. Mosca, tuttavia, era riuscita a riorganizzarsi molto bene: aveva ampliato la cosiddetta “flotta ombra”, trovato nuovi sbocchi commerciali e mantenuto in piedi i flussi di greggio verso Asia e Medio Oriente. Oggi, però, il quadro appare mutato. Una combinazione di nuove sanzioni europee mirate contro singole imbarcazioni, sequestri in mare aperto condotti da forze occidentali e le manovre politiche dell’amministrazione

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