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Il film su Pamich e la marcia come metafora del linguaggio dell’esule

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di Aldo Grasso

Per evitare di restare in superficie sarebbe stato necessario lavorare di più sulla scrittura

Martedì 10 febbraio, nell’Aula della Camera si sono svolte le celebrazioni del Giorno del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tra gli altri erano presenti anche Toni Concina, presidente onorario dell’Associazione Dalmati («Le vere foibe sono l’oblio»), e Abdon Pamich, campione olimpico italiano.

In serata, al grande olimpionico della marcia Rai 1 ha dedicato un tv movie, «Il Marciatore – La vera storia di Abdon Pamich» per la regia di Alessandro Casale.

Abdon Pamich non è soltanto un nome
negli almanacchi dell’atletica: due titoli europei, quaranta titoli italiani, un record assoluto di longevità e costanza, tre record mondiali, l’oro olimpico di Tokyo 1964. La sua è una storia di confini superati, geografici e fisici insieme. Per questo dalla fiction mi aspettavo qualcosa di più. Alla fine, le parti più interessanti risultano gli interventi dello stesso Pamich e le immagini di repertorio che testimoniano il clima di terrore e il passaggio di gran parte della Venezia Giulia e dell’intera Istria e Dalmazia sotto la sovranità jugoslava; poi quelle della Milano

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