
di Aldo Grasso
Con questa conduzione, il concetto di «servizio pubblico» non è solo in crisi: rischia di sprofondare sotto il peso dell’incompetenza. Il confronto, d’altronde, è stato impietoso
L’altro ieri, chiudendo il pezzo sull’inaugurazione olimpica, mi ero ripromesso di tornare sulla telecronaca: «Ci sarà tempo e luogo», scrivevo. Nel frattempo, lo sciagurato direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, è stato travolto da una valanga di critiche: «Ignoranza sportiva abissale» è il verdetto unanime. Non ne ha azzeccata una. Vaneggiava senza cognizione di causa, ignorava l’identità degli atleti e, colpa ancor più grave, non ha capito che esistono silenzi carichi di significato che non vanno profanati. Sapienza proverbiale e wittgensteiniana: chi non sa parlare, non sa tacere. Se non fosse stato per Fabio Genovesi, che cercava di dare una necessaria profondità al debordante sproloquio di Petrecca, saremmo qui a commentare la peggior telecronaca della storia della Rai. Inutile, però, infierire solo su di lui. Nonostante la collezione di sfiducie accumulate, il direttore resta saldamente al suo posto: la responsabilità ricada su chi ha voluto e difende una simile nomina.
Con questa conduzione, il concetto di «servizio pubblico» non è solo in crisi: rischia di sprofondare sotto il




