
di Federico Rampini
Anche i Maga chiedono conto al tycoon che aveva promesso tutta la verità
Il caso-Epstein è un vulcano sempre in attività. Erutta la lava incandescente delle sue rivelazioni a intermittenza. L’ultima puntata è fatta di ben tre milioni di pagine, fango rovente. Ce n’è per tutti. L’opposizione spera sempre che sia «la volta buona»: che i crimini del predatore sessuale morto in carcere finiscano per colpire Donald Trump in modo fatale. Il suo nome figura ripetutamente. E così il presidente naviga da uno scandalo all’altro, come se questa fosse la sua «arte di governo», una modalità standard: si è appena chiusa con una retromarcia della Casa Bianca la tragica ferita dell’Ice in Minnesota; sono ancora fresche le polemiche sulla designazione del nuovo banchiere centrale; l’armada navale guidata dalla portaerei Lincoln è in prossimità dell’Iran dove potrebbe partire un nuovo raid contro il regime degli ayatollah.
In questo caos permanente che è lo stile Trump, l’ennesimo revival del caso Epstein può cambiare qualcosa? Bisogna ricordare anzitutto che a decidere queste rivelazioni è lo stesso dipartimento di Giustizia di questa amministrazione, sia pure sotto la pressione del Congresso, dei media, di una parte dell’opinione pubblica. Le




