
di Massimiliano Del Barba
Le conoscenze occidentali necessarie per integrare la tecnologia cinese
SHANGHAI In un mondo oramai politicamente diviso anche l’agricoltura — cioè lo strumento «per sfamare il pianeta», come recitava il vecchio pay off dell’Expo milanese di undici anni fa — ha bisogno di mettere sul piatto della bilancia contrattuale delle strategie di internazionalizzazione qualche asset davvero di valore. In questo caso la nostra ricerca accademica permeata da un profondo know how esperienziale contro le ultime tecnologie digitali asiatiche pronte per entrare in campo: droni, trattori elettrici e biostimolanti, ma anche l’hardware necessario a sostenere la capacità computazionale che alimenta le piattaforme di precision farming.
Oggi la Cina sfama 1,4 miliardi di persone, di cui 600 milioni a vario titolo ancora legate al settore primario, e lo fa con solo il 9% della terra arabile mondiale. Non è allora un caso che, in prospettiva, sicurezza alimentare e sviluppo della produttività siano due dei pilastri del quindicesimo piano quinquennale che verrà presentato il prossimo marzo dal governo di Pechino.
Un nuovo «balzo in avanti», pare di capire, che avrà bisogno di una importante iniezione di tecnologie (sempre più nazionali, dato i livelli qualitativi ormai




