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«Bella in rosa» compie 40 anni: uno dei film «fondativi» del cinema adolescenziale americano anni 80

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di Filippo Mazzarella

Divenuto un cult (anche da noi) della generazione X, riflette un’America segnata da disuguaglianze crescenti e dalla mercificazione dei sogni, anticipando tristemente il presente

Ci sono film (e autori, anche quando agiscono in modo apparentemente defilato) che il tempo non ridimensiona ma, al contrario, ingrandisce, rivelandone a posteriori la densità culturale e simbolica. Diretto da Howard Deutch, ma scritto dal prematuramente scomparso e compianto John Hughes, Bella in rosa/Pretty in Pink, presentato in prima mondiale a Hollywood il 29 gennaio 1986 (da noi uscì a settembre), appartiene a questa neanche tanto ristretta categoria ed è a tutti gli effetti uno dei testi “fondativi” del cinema adolescenziale americano degli anni Ottanta: una commedia in cui la dimensione dichiaratamente fiabesco/romantica non soverchia il lavoro sulle fratture di classe, sull’identità femminile e su un disagio adolescenziale che oggi potremmo già definire tardo-novecentesco.

È anche uno di quei casi, frequentissimi nel cinema mainstream coevo, in cui la regia sembra farsi invisibile per lasciare spazio a una scrittura fortemente autoriale: pur non dirigendo il film, Hughes (futuro sceneggiatore anche di un “classico” come Mamma, ho perso l’aereo/Home Alone, 1990) vi imprime infatti la sua impronta tematica e ideologica inequivocabile

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