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Gaza e Teheran: l’indignazione selettiva sui morti

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Numeri non verificati, piazze mobilitate e attacchi politici unidirezionali: mentre Gaza diventa un simbolo ideologico, le vittime reali della repressione iraniana restano fuori dal radar dell’indignazione globale.

Nel dibattito pubblico occidentale l’indignazione non segue più i fatti, ma le narrazioni. È una dinamica ormai strutturale: alcune vittime diventano icone morali assolute, altre scompaiono, anche quando sono reali, documentate, verificabili. Il contrasto tra i presunti 70.000 morti di Gaza – cifra ripetuta come dogma nonostante l’assenza di riscontri indipendenti e di metodologie trasparenti – e il silenzio che circonda i morti veri di Teheran che sarebbero ormai 36.500, è diventato il simbolo di questa distorsione. Nel caso di Gaza, i numeri vengono rilanciati senza distinguere tra civili e combattenti, senza chiarire le fonti, senza alcun serio processo di verifica incrociata. Le cifre diffuse da Hamas, un’organizzazione terroristica che controlla rigidamente il flusso informativo nella Striscia, sono state assunte da ampi settori del dibattito pubblico come verità morali intoccabili, non come dati da analizzare. Mettere in discussione quei numeri equivale, nella narrazione dominante, a negare il dolore o a legittimare la violenza, cancellando ogni spazio per un confronto basato sui fatti.

Questa impostazione ha trovato una traduzione concreta nelle piazze. Negli

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