
Il Vecchio continente è sempre più dipendente dall’estero per la raffinazione del greggio. Colpa delle norme ambientali troppo stringenti – che spingono a produrre in Asia – e della qualità del petrolio. Il ruolo chiave del Venezuela
Costa poco e ce n’è tanto: sembra un periodo positivo per chi deve comprare il petrolio. Ma dietro una facciata favorevole, con il greggio che viaggia sui 60 dollari al barile, si nasconde una realtà molto complessa e poco nota che possiamo riassumere così: il più grande produttore al mondo di oro nero è costretto a importare petrolio per far lavorare le sue raffinerie e addirittura ad acquistare benzina da altri Paesi; l’Europa dovrà dipendere sempre di più dall’estero per approvvigionarsi di carburanti; il prezzo alla pompa è destinato a restare più alto di quanto ci si potrebbe aspettare. Alle radici di questa situazione ci sono due scomode verità: i petroli non sono tutti uguali e le norme ambientali rendono difficile e anti-economico trasformarli nelle raffinerie occidentali.
«Proprio così: oggi le raffinerie dell’America, numero uno al mondo per estrazione di petrolio, possono produrre solo 4 milioni di barili al giorno di benzina di alta qualità, contro un consumo giornaliero di 10 milioni»,




