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Sharia in Italia: dalle percosse per il velo allo stupro punitivo. Ecco le donne che hanno detto no

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Nell’Italia dove i fedeli musulmani sono sempre di più, i codici dell’islam dilagano, e chi non è d’accordo la paga a caro prezzo. La testimonianza anonima delle pagine precedenti è solo la punta dell’iceberg: le cronache nazionali sono venate di drammi in cui la violenza nei confronti di donne e minori ha una matrice chiara: la sharia, ovvero l’insieme di principi ricavati dal Corano (il testo sacro), dalla Sunna (cioè detti, atti e silenzi del profeta Maometto, seconda fonte della legge islamica dopo il Corano) e dall’interpretazione di cosiddetti “giuristi”. Sulla base di tali regole, nell’osservanza privata si esercitano pressioni sui membri della famiglia per non sgarrare. E le punizioni psicologiche e fisiche possono essere crudeli.

Talvolta queste condotte che appartengono ad altri tempi e ad altri luoghi, trapelano. Come a Trieste, dove il 15 ottobre si è tenuta la prima udienza del processo a un afghano denunciato dalla compagna, una donna italiana di 40 anni convertita all’islam, che ha parlato di minacce («Ti uccido nel sonno»), di uno stupro punitivo e altro. «È passata dalla sottomissione alla ribellione», conferma chi conosce gli atti che raccontano di «un regime di vita intollerabile» in nome di Allah. L’italiana vessata è rappresentata

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