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Cisgiordania, le attiviste italiane della raccolta delle olive fermate e interrogate. Il giornalista con loro: «Siamo stati schedati da coloni armati»

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di Greta Ptivitera

Le cinque donne verso l’espulsione dal Paese

DALLA NOSTRA INVIATA
TEL AVIV – Si interrompe a metà di una frase. «Aspetta, vi richiamo». Nel giardino della casa di cui è ospite è appena entrato un colono. Dall’altra parte del telefono c’è un giornalista francese che giovedì era con le cinque attiviste italiane fermate ad al Bweib, a sud di Hebron. Adesso si trova a Masafer Yatta, una ventina di villaggi di pastori dove si vive e si resiste anche nelle grotte. Negli anni Ottanta Israele li ha dichiarati «zona di tiro 918», cioè area di addestramento dell’esercito. È la terra degli sgomberi raccontati da «No Other Land», Oscar nel 2025.

Fra gli ulivi di al Bweib, c’erano undici attivisti stranieri, fra cui americani, tedeschi e cinque italiane, venuti ad aiutare i contadini palestinesi nella raccolta. Dalla mattina presto scuotevano i rami sopra i teli stesi a terra. Fino a quando, sulla strada sterrata, è comparsa un’auto bianca. «Sono scesi uomini con i fucili, vestiti da militari. Ma non erano soldati. Erano coloni, quelli della sicurezza degli insediamenti», racconta il giornalista. «Ci hanno preso i passaporti e hanno fotografato ciascuno di noi con il documento accanto

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