Home / Spettacoli / Impegno pubblico e passione privata in «Mustang» di Kasia Smutniak per ricordare Taricone (voto 8). Un senso di ingiustizia diffuso in «Dua» (voto 7,5) e «Voilà, c’est fini» (voto 7,5)

Impegno pubblico e passione privata in «Mustang» di Kasia Smutniak per ricordare Taricone (voto 8). Un senso di ingiustizia diffuso in «Dua» (voto 7,5) e «Voilà, c’est fini» (voto 7,5)

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Un po’ schiacciato dai titoli di maggior richiamo presentati nelle altre sezioni il concorso «Progressive Cinema» merita più di uno sguardo affrettato. A cominciare da Mustang di Kasia Smutniak che sa unire il valore testimoniale (l’impegno della regista per una scuola in Nepal) con quello diaristico (i ricordi dei viaggi fatti vent’anni prima con il compagno Pietro Taricone), l’analisi antropologica (la marginalità linguistica e culturale delle popolazioni locali) con quella psicologica (la reazione della figlia di fronte alla scoperta delle memorie paterne). 
Il risultato è un film sorprendente, impossibile da ricondurre alla semplice categoria del documentario, che si offre piuttosto come un complesso film saggio capace di fondere memoria e partecipazione, impegno pubblico e passione privata. 

Più «tradizionali» nella loro struttura narrativa ma entrambi emozionanti i film della kossovara Blerta Basholli (Dua) e quello del francese Gustave Kervern (Voilà, c’est fini). 
Il primo racconta come alla fine degli anni Ottanta, l’adolescente Dua paghi il suo essere albanese nella Pristina contesa dai serbi: la reazione per le offese e le intimidazioni prende la forma di una rabbia che esplode contro chi non ne ha colpa (un innocente ragazzino serbo), illuminante esempio di come le tensioni razziali finiscano per contaminare tutti e tutti. 
Nel film

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