Con Dante Ferretti andiamo dietro le quinte dei grandi set. Ricordi personali, aneddoti, riflessioni sul proprio mestiere. Il celebre scenografo sembra sempre un fumetto che custodisce gelosamente il sé bambino. Ora trascura i modi scanzonati e il non senso che riserva agli amici, e mette ordine tra i ricordi pubblicando (dal 16 in libreria per Rizzoli) “Gli sconosciuti. I miei anni con Pasolini, Fellini e Scorsese”. Sono quelli che lo hanno accompagnato, prima dell’adolescenza a Macerata accanto al padre falegname, dalla formazione ai tre Oscar: «The Aviator» e «Hugo Cabret» di Martin Scorsese, e «Sweeney Todd-Il diabolico barbiere di Fleet Street» di Tim Burton.
Il suo primo Oscar?
«Venivo da cinque nomination andate a vuoto. Non volevo nemmeno andarci a Hollywood, fu Scorsese a insistere. Tra l’altro, per la prima volta avevano sistemato noi scenografi dietro le quinte. Non avevo nemmeno la sedia. Non mi ero preparato nessun discorso, dissi ammazza quanto pesa ‘sta statuetta. Per fortuna era lucidissima mia moglie, Francesca Lo Schiavo, vinse anche lei come set decorator».
E i candidati italiani all’Oscar 2026?
«Non mi sembra ci siano grandi film, è stato un anno così, non eravamo nemmeno a Cannes e a Berlino. Il cinema italiano di ora è diverso da




