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Soli contro tutti: il coraggio di fare il portiere, il mestiere più ingrato del calcio

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Da Planicka a Goycochea, passando per Ghezzi e Carbajal: storie di uomini chiamati a convivere con il destino più faticoso del mondo del pallone

C’è pure chi la maledizione se la cerca. O perlomeno sceglie di fare un mestiere che, inevitabilmente, porta in quella direzione. Prendete ad esempio il portiere. È un ruolo che prevede sacrificio, sofferenza, capacità di sopportazione della solitudine, una solitudine terribile e angosciante in alcune circostanze, e lascia ben poco spazio alla felicità, tanto meno alla serenità. Avete mai sentito parlare di un portiere sereno e tranquillo? Se sì, quella sarà di certo un’eccezione, perché dentro di sé chi difende la porta come se fosse il corpo di un familiare assediato dai nemici ha il sangue che ribolle, ha il nervosismo che rischia di divorarlo e ha, soprattutto, la maledizione che incombe sopra la sua testa. Il portiere è l’ultimo guardiano, quello a cui i compagni affidano tutte le loro speranze e il suo compito è non deluderli ben sapendo che, prima o dopo, gli toccherà chinarsi e raccogliere il pallone che è finito in rete. Lavoro ingrato, però affascinante. Forse il più affascinante (e letterario) che ci sia in una squadra di calcio. Ecco qualche immagine

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