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Tassi e debiti, perché la Fed di Kevin Warsh va in cerca di stabilità (e c’entrano i data center)

di Danilo Taino

Il governatore Usa alza i tassi a dispetto delle richieste di Trump. Dietro ci sono i costi dei prestiti dei colossi dell’Ai, i rendimenti dei titoli di Stato americani sopra il 5%, il costo dell’energia. Abbassare l’inflazione è prioritario

Ci fu un’era, dalla crisi finanziaria del 2008 fino a dopo la pandemia da Covid, durante la quale i tassi d’interesse facevano gongolare chi andava a prestito. La fine dei tassi vicini allo zero è arrivata da qualche anno: la novità è che anche la Federal Reserve è finalmente entrata con convinzione nella nuova stagione. Mercoledì scorso, il suo presidente Kevin Warsh e il comitato di politica monetaria hanno alzato il costo ufficiale del denaro di un quarto di punto percentuale, alla forchetta 3,75-4%. Altri rialzi probabilmente seguiranno già quest’anno.

Falchi e colombe

Warsh ha detto di avere tutte le intenzioni di mettere una fine all’incapacità della Banca centrale americana, che va avanti da cinque anni, di abbassare l’inflazione all’obiettivo del 2%.
Possiamo definirlo un falco, rispetto alle colombe che lo hanno di recente preceduto, il più agguerrito contro l’inflazione dai tempi di Paul Volcker negli Anni Ottanta: non importa cosa può avere promesso al presidente Donald

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