
di Mario Platero
L’opera con cui il Met ha aperto ieri la stagione 2026/27 è un messaggio diretto contro gli eccessi del trumpismo. Il direttore: «Descrive il graduale scivolare nella tirannia, e credo sia un sentimento molto attuale»
NEW YORK – New York in questi giorni di Assemblea Generale dell’ONU è un caotico crocevia di eventi, ingorghi di traffico, proteste di vario genere, polemiche senza fine. Il tutto incorniciato dalle critiche distruttive di ieri del Presidente Donald Trump alle Nazioni Unite, dalle sue minacce contro l’Iran e della sua promessa che Cuba cadrà e che la «Groenlandia ormai ci appartiene» (non è vero!). Per non parlare delle continue oppressioni interne, delle retate di immigrati inseriti nel tessuto socioeconomico del paese, degli abusi di potere, del ritiro dei permessi di accesso alle sale stampa della Casa Bianca alla CNN ed altri che – solo in questi ultimi giorni – hanno dominato le cronache.
Per questo ieri sera non ho avuto dubbi che un meraviglioso Macbeth di Verdi, con cui il Metropolitan Opera House a New York ha aperto ieri notte la stagione 2026/27 poche ore dopo il discorso del Presidente, portasse un messaggio contemporaneo molto diretto, contro gli




