
di Aldo Grasso
Riparte «Filorosso», con bretelle, saccenza e inadeguatezza d’ordinanza
«Fedeli alla propria missione editoriale, le puntate di “Filorosso” metteranno al centro le questioni di maggiore interesse per l’opinione pubblica». Così recita il comunicato Rai per il lancio autunnale del programma condotto da Antonino Monteleone, con bretelle, saccenza e inadeguatezza d’ordinanza.
Ma quali sarebbero queste questioni di «maggiore interesse»? Presto detto: il caso Lavitola-Ranucci e Garlasco. Ancora? Sì, ancora. Perché ormai la tv sembra aver stabilito che l’opinione pubblica non abbia tanto bisogno di sapere che cosa è successo, quanto di non smettere mai di sospettare che sia successo qualcos’altro. Garlasco appartiene al grande repertorio della curiosità morbosa. In ogni comunità televisiva esistono persone per le quali un omicidio rappresenta un’esperienza di massimo interesse e la scena del delitto un luogo quasi turistico. Sono gli eredi di quel pubblico che, nel Settecento, accorreva alle impiccagioni: oggi niente patibolo, naturalmente, ma telecamere, plastici, esperti e primi piani. La pena capitale è stata sostituita dalla pena televisiva dell’eterno approfondimento.
Lavitola-Ranucci è invece il delitto perfetto per un’altra ragione: non è soltanto una vicenda di cronaca, ma una storia di relazioni, potere, telefonate, intercettazioni, retroscena. Qui la domanda non è




