Pablo Escobar è uno di quei personaggi che è stato ucciso due volte. La prima, naturalmente, il 2 dicembre 1993 sui tetti di Medellín. La seconda quando i media hanno deciso di trasformarlo in un marchio: magliette, serie, documentari, meme, turismo criminale. Ogni nuova narrazione rischia di aggiungere un altro mattone alla sua leggenda. «Dear Killer Nannies» prova invece a fare il contrario: smontarla dall’interno, attraverso gli occhi del figlio (Disney+).
La trovata è semplice quanto efficace: affidare il racconto agli occhi del piccolo Juan Pablo Escobar, «Juampi», che vive un’infanzia dorata circondato da tate, guardie del corpo e privilegi, convinto che il padre sia un benefattore. Lo spettatore conosce già la verità, ma è costretto ad attendere che la scopra anche il bambino. È in questo scarto tra innocenza e realtà che la serie trova la propria forza narrativa.
La scelta del docu-drama, con la voce adulta di Sebastián Marroquín che ricostruisce la propria educazione sentimentale al crimine, evita la spettacolarizzazione. Qui non c’è alcuna fascinazione per il narcotraffico, nessun compiacimento per la violenza. Il lusso appare progressivamente come il prodotto di una mostruosità morale. È un cambio di prospettiva non banale in un’epoca in cui il male viene spesso confezionato




