Rino Gaetano torna in tv e, a cinquant’anni da «Ma il cielo è sempre più blu», la sua riscoperta è una buona notizia. Non tanto perché la memoria abbia bisogno di un altro monumento, ma perché Gaetano è uno di quegli artisti che, a forza di diventare «icona», rischiano di perdere proprio ciò che li rendeva unici.
«Rino Gaetano Sempre Più Blu», il documentario di Giorgio Verdelli e Luca Rea, prova a rimettere in circolo quella voce ruvida, sgangherata e lucidissima che aveva scelto di dire cose serie fingendo di scherzare (Rai3). Gaetano è stato un cantautore molto poco cantautore, almeno secondo il canone italiano. Niente posa da intellettuale, niente prediche, niente pedagogia: preferiva il cappello da giullare, il nonsense, il grottesco, la filastrocca, il rock. Era un provocatore travestito da stralunato. La sua grandezza stava proprio lì: non spiegava la realtà, la faceva deragliare. E, facendola deragliare, la mostrava meglio.
«Nuntereggae più», «Aida», «Mio fratello è figlio unico», «Gianna»: canzoni apparentemente leggere che, sotto la superficie, mettevano in fila conformismi, privilegi, ipocrisie e assurdità.Il doc ha il merito di ricordarcelo, attraverso materiali d’epoca, taccuini, memorie e soprattutto le canzoni.
Ma ha anche un difetto che finisce per contraddire le sue




