
di Chiara Maffioletti
Il film intreccia come in un incubo lungo quattro decenni schegge di orrore di un’epoca violenta, i pensieri più profondi di una mente brillante e le pulsioni che la portano a cercare di liberarsi da un destino che sembra inevitabile
Un cappotto rosso si muove solitario in un universo grigio e desolato come quello dell’Unione Sovietica. Lo indossa un brillante fisico di origini greche, Dau, protagonista dell’omonimo, imponente film a cui ha lavorato per vent’anni Ilya Khrzhanovsky, presentato ieri in concorso alla Mostra. Il film intreccia come in un incubo lungo quattro decenni schegge di orrore di un’epoca violenta, i pensieri più profondi di una mente brillante e le pulsioni che la portano a liberarsi — anche attraverso una sessualità sempre più senza controllo, mostrata esplicitamente nel film — quando invece la società in cui vive la vorrebbe rinchiudere. Il dilemma tra fisica e etica diventa sostanza quando lo scienziato interpretato da Teodor Currentzis viene obbligato a lavorare al servizio dello Stato per la costruzione della bomba sovietica.
Non c’è scampo, è costretto a muoversi in quel pantano nonostante non voglia, nonostante i suoi ideali lo dilanino dentro. Ispirato ai fisici che davvero lavorarono




