di Ruggiero Corcella
Uno studio delle Università di Padova e Parma pubblicato su PNAS mostra che, quando un’espressione è ambigua, la capacità di riconoscerla è legata anche alla mobilità del nostro volto. E l’esperienza motoria dei primi anni potrebbe contribuire a costruire l’«archivio» visivo delle emozioni
Un sorriso aperto è difficile da equivocare. Molto più complicato è capire un’espressione appena accennata, magari sospesa tra perplessità e ironia. È proprio quando il volto che abbiamo davanti diventa difficile da interpretare che il cervello sembra chiedere aiuto al nostro stesso corpo, coinvolgendo i sistemi sensori-motori con cui muoviamo il viso. A indicarlo è uno studio coordinato da Paola Sessa, dell’Università di Padova, con Pier Francesco Ferrari, dell’Università di Parma, pubblicato su PNAS. La ricerca, intitolata Facial palsy reveals the sensorimotor contribution to facial-emotion recognition, prova a ricomporre una discussione che attraversa da decenni le neuroscienze cognitive: per riconoscere le emozioni basta analizzare visivamente il volto oppure abbiamo bisogno, almeno in alcune circostanze, di riprodurne in qualche modo dentro di noi i movimenti? La risposta suggerita dai nuovi dati è che i due meccanismi non si escludono. Quando l’espressione è chiara, il nostro «archivio» visivo può essere sufficiente; quando invece




