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Le imprese nascono ma chi le finanzia? È tempo di agevolare non solo Bot e Btp (se vogliamo crescere)

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In Italia il venture capital cresce, ma non abbastanza. A pesare di più, però, è la solita scarsa propensione al rischio di investitori istituzionali e privati

Dobbiamo crescere di più. Un imperativo che ci perseguita da anni, ma che adesso con la fine del Pnrr è diventato ancora più decisivo. Spesso si fa riferimento al risparmio che giace sui conti correnti bancari o investito in case e obbligazioni. Una proverbiale repulsione al rischio. Ma anche un circolo vizioso nel quale siamo caduti. L’esempio è dato dal venture capital. E cioè soldi investiti in start up o aziende giovani che hanno forti potenzialità di sviluppo. Secondo i dati di Dealroom.co siamo stati capaci di creare 15 unicorni (start up valutate tra uno e 10 miliardi) e addirittura due decacorn, società che valgono più di 10 miliardi. Facile pensare che si tratti di Bending Spoons e di Technoprobe che costruisce schede per la verifica dei chip tra i decacorn, mentre fra gli unicorni troviamo Satispay, Domyn, Namirial e via dicendo. Questo significa che non abbiamo perso le capacità imprenditoriali. 

Secondo l’«EY venture capital barometer» nel 2025 la crescita degli investimenti nel settore è stata del 32% raggiungendo tra 1,5 e 1,7 miliardi.

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