
di Filippo Mazzarella
Nel mondo immaginato da Ray Bradbury i libri sono proibiti e vengono mandati al rogo, mentre la tv satura la realtà
Compie sessant’anni Fahrenheit 451, che François Truffaut presentò il 7 settembre 1966 in concorso a Venezia. Era il suo primo film a colori, girato in inglese e tratto dal romanzo pubblicato nel 1953 da Ray Bradbury, genio americano della fantascienza che usava il futuro non tanto per immaginare mondi impossibili quanto per deformare il presente e renderne più evidenti paure, ossessioni e derive.
Qui, in un oltre temporale senza coordinate precise, leggere è proibito e i pompieri hanno un compito paradossale: appiccare incendi alle case dove vengono trovati dei libri. Guy Montag (Oskar Werner) è uno di loro, perfettamente integrato in un sistema che considera la lettura una fonte di inquietudine, e la sua vita domestica è dominata dalla moglie Linda (Julie Christie), assorbita dalle gigantesche pareti televisive e dai suoi interlocutori virtuali, i cosiddetti «parenti».
L’incontro con Clarisse (ancora Julie Christie), giovane donna curiosa e insofferente alle convenzioni, introduce però nel suo mondo il dubbio: perché tutti sembrano così soddisfatti e nessuno si domanda mai nulla? Inizia così a leggere clandestinamente




