
La storia del tennista più famoso del Giappone e i motivi che lo hanno costretto al ritiro
“Nankurunaisa”, in giapponese è una sola parola. In italiano un concetto bellissimo: “con il tempo si sistema tutto”. Chissà quante volte, nel corso di una carriera in ogni caso gloriosa e ricca di soddisfazioni, probabilmente però pari ai rimpianti, se lo sarà ripetuto Kei Nishikori. Giapponese di Matsue, capoluogo della prefettura di Shimane, viene dalla città con il ponte stradale più ripido al mondo, definito da molti il più pericoloso. Una storia conclusa ai livelli più alti il 28 agosto 2026, con la sconfitta contro il connazionale Rei Sakamoto all’ultimo turno di qualificazioni allo Us Open. Visto che a fine anno Kei scriverà la parola fine: “Vorrei poter continuare, ma mi rendo conto di aver dato tutto. Amerò per sempre ogni ricordo”. La sua è una storia che parte da lontano, che ha portato Nishikori al n.4 del mondo e ad una finale Slam (primo giapponese da Zenzo Shimizu a Wimbledon 1920), rendendolo il tennista asiatico più forte di tutti i tempi. Bronzo olimpico, almeno quarti di finale in tutti i Major e uno dei cinque giocatori, insieme a Sinner, Federer, Nadal e




