
di Barbara Visentin
Classe 2002, Alessandro Feruda scrive dei piccoli inni generazionali. «Sanremo? Forse è presto, ma non dico mai di no a priori»
Sotto il suo palco hanno cominciato a radunarsi vere e proprie folle di ragazzi e i suoi brani, a partire da «Portami a ballare in primavera», sono già diventati dei piccoli inni generazionali, fra elettronica e autotune intrisi di poesia e malinconia.
Faccianuvola, nome d’arte del valtellinese Alessandro Feruda, classe 2002, anziché montarsi la testa si preoccupa che la gente magari «sia pure troppa» e non riesca a godersi il concerto perché non sente o non vede abbastanza bene. Racconta di essere sorpreso di quel che gli sta succedendo, «non lo pretendevo, di certo non così presto», e sostiene che il passo fondamentale sia stato «mettere al centro le canzoni», rispetto alla parte di produzione e sound design, di cui pure si occupa in prima persona.
Con il suo secondo album «Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù» questo cantautore, musicista e produttore che sale sul palco da solo con due cuffie extralarge alle orecchie è diventato uno dei nuovi nomi da tenere d’occhio, apprezzato anche da Stefano De Martino in questo periodo




