Le sorprese di un viaggio in Alaska non finiscono mai. Tra queste c’è il ruolo del petrolio nel finanziare un Welfare di tipo scandinavo, riservato alle minoranze etniche dei nativi. L’Alaska è uno Stato che vota a destra dalla fine degli anni Sessanta, nelle ultime presidenziali è stato un bacino di voti per Donald Trump, eppure è molto diversa dalle semplificazioni che circolano in Europa o tra le élite di New York e San Francisco. Etnicamente è perfino più variegata della California e della East Coast. Anchorage è una delle città a più alta densità di immigrati.
L’Alaska è un gigante geografico e un nano demografico: 1,7 milioni di chilometri quadrati, più di Francia, Germania, Italia e Inghilterra messe insieme, per appena 737.000 abitanti, meno della popolazione di Torino. Ma questo piccolo universo umano è molto più variegato di quanto suggerisca l’immagine di una remota frontiera bianca.
La caratteristica più originale è il peso delle popolazioni indigene. Secondo il Census Bureau, il 15,6% degli abitanti si identifica esclusivamente come American Indian or Alaska Native: circa 115.000 persone, quasi un abitante su sei. La percentuale sale se si includono coloro che dichiarano origini miste. E «nativi dell’Alaska» è un’etichetta




