
di Aldo Grasso
Le squadre cambiano formazione come si cambiano i costumi da bagno e il risultato, ufficialmente, non conta. Ma sono un rito collettivo di immaginazione
A Perth vince l’Inter. Dimarco e Diouf firmano il 2-1 con la Juve. Il Milan ne prende 3 dal Chelsea. Il Toro vince ai rigori… C’è qualcosa di ontologicamente estivo nelle partite amichevoli. Si giocano quando il campionato è quasi alle porte, le squadre cambiano formazione come si cambiano i costumi da bagno e il risultato, ufficialmente, non conta. Eppure, le guardiamo. Anzi, le guardiamo — divano e ventilatore — proprio perché non contano nulla.
La partita amichevole è il calcio prima del calcio: una specie di trailer della stagione, con il vantaggio che nessuno può ancora accusare il regista di aver sbagliato il finale. Un nuovo acquisto fa un buon movimento e subito diventa «un grande colpo»; un giovane entra e segna e già si parla di «esplosione»; un allenatore prova un modulo e i commentatori scoprono una «nuova identità». Basta poco per trasformare un giocatore in una promessa e una promessa in una certezza.
È il momento più incosciente dell’anno calcistico perché tutto è ancora possibile.




