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Bilbao, la quercia di Guernica e la rinascita (nel segno delle archistar): la città dove l’acciaio è diventato arte

Desolazione, inquinamento, abbandono. Prima degli anni Novanta, sulle sponde del Nervión, non si respirava che questo. Cantieri fatiscenti, magazzini in rovina, gru mangiate dalla ruggine che si specchiavano in una città ingrigita.
Bilbao era stata la città simbolo dell’industria pesante spagnola, della rinascita economica e l’orgoglio del popolo basco: le sue rive erano dominate da altiforni, acciaierie e cantieri navali, mentre il porto commerciale rappresentava il cuore della florida economia locale, alimentata dalle grandi miniere di ferro dell’entroterra.
All’alba degli anni 80 cambiò tutto. La crisi spazzò via il vecchio mondo in un attimo, come sarebbe successo alle altre “città dell’acciaio” d’Occidente, da Detroit a Pittsburgh, da Sheffield a Manchester fino a Torino e Taranto: annichilite dalla concorrenza asiatica, le fabbriche chiusero una dopo l’altra, il tasso di disoccupazione aumentò vertiginosamente e superò il 30%, vaste aree lungo il fiume furono abbandonate. L’inquinamento era oltre i livelli di guardia e il centro urbano, degradato, era animato solo dalle vibranti proteste della popolazione, che concentrava nelle piazze rabbia e frustrazione.

La città reinventata dopo la crisi: il patto tra istituzioni e imprenditori

La svolta arrivò negli anni Novanta, quando le istituzioni locali (e le grandi famiglie dell’aristocrazia industriale e finanziaria) avviarono un

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