
Marco, oggi c.t. della Mongolia, ha allenato nella Repubblica Democratica del Congo per 8 mesi, prima di fuggire via a causa della guerra civile. “Ho avuto paura di morire. Per la Repubblica Democratica del Congo questo Mondiale è un riscatto agli occhi del mondo nonostante quello che succede nel paese”
Quando ha messo piede allo Stadio dei Martiri di Kinshasa, un giorno come tanti di dieci anni fa, il sammarinese Marco Ragini ha dato uno sguardo alle due traverse: “Allenavo l’Ujana, in Repubblica Democratica del Congo. Ci avevano raccontato che nel 1966 avevano impiccato lì quattro persone, tra cui tre ministri, accusati di aver cospirato contro l’ex dittatore Joseph-Desiré Mobutu. Lì appesero allo stadio, di fronte alla gente. Avevo i brividi…”. Il gran ritorno al Mondiale dei “leopardi” passa da qui. Nel 1974 sbarcarono in Germania come Zaire, con un’altra bandiera e altre storie di vita, tutt’altro che serene. Joseph Mwepu Ilunga calciò a 50 metri una punizione “al contrario” contro il Brasile, uscendo dalla barriera prima del fischio dell’arbitro. Dietro quel gesto c’era il terrore di rientrare in patria e perdere la vita. Ragini, oggi c.t. della Mongolia, ha allenato a Kinshasa per 8 mesi, prima di fuggire




