
di Marco Imarisio
Ci provò già nel 2022. Oggi l’ex proprietario del Chelsea è una delle poche persone ancora capaci di muoversi tra Ucraina e Russia
Aeroporto di Sochi, autunno 2021. Alexandr Rodnyansky, di nazionalità ucraina, all’epoca uno dei più importanti produttori televisivi e manager culturali, oltre che regista, incontra per caso un suo vecchio amico. È il celebre presentatore Vladimir Solovyov, che torna da Mosca dopo un’intervista a Vladimir Putin. «Ascolta, ci sarà una guerra» gli dice. Alla replica perplessa di Rodnyansky, l’anchorman risponde così. «Fidati di me, non la vedo affatto bene, lui è convinto. È una cosa terribile».
Quello stesso giorno Solovyov, che evidentemente prima di recitare la parte in tragedia che tutti conosciamo aveva degli scrupoli, chiama Rodnyansky. Vuole trovare qualcuno che convinca Putin a desistere, che possa fare da intermediario per eventuali negoziati. Entrambi convergono su un solo nome. «Una persona di successo, molto nota a tutti, molto discreta e molto onesta: Roman Abramovich». È finita male. Allora, quando tutto doveva cominciare, e anche nel 2022, quando alla fine di marzo l’oligarca con residenza a Londra e interessi in tutto il mondo divenne l’organizzatore dietro le quinte dei negoziati che tuttavia non




