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Il Gp di Monaco non è una gara, ma un reality favolistico, morboso e un po’ claustrofobico (ma che bellezza, Kimi…)

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Il GP di Monaco vissuto in tv è tutt’altra cosa: non appartiene più allo sport, ma allo spettacolo. Su quelle strade dall’asfalto logoro e rattoppato, le monoposto extralarge sembrano autotreni dentro le stradine panoramiche della Grande Corniche (Sky). I sorpassi in pista? Un’utopia, a meno di cataclismi. Eppure, la regia televisiva ci inchioda allo schermo.
Perché? Perché la televisione ha trasformato Montecarlo in qualcosa di diverso da una corsa: lo ha reso un sontuoso videogame, un po’ morboso e claustrofobico. Anche l’ambientazione contribuisce a questa mutazione di genere. Da un lato, il circuito cittadino attraversa uno degli scenari più celebri e fotogenici del mondo: il porto, gli yacht, i palazzi affacciati sul mare, il lusso ostentato. Per alcuni è il fascino irripetibile di una gara immersa nella città; per altri è soltanto una vetrina di super-ricchezza fatta di cemento, imbarcazioni da milioni di euro e ospiti illustri. Dall’altro c’è la regia che esalta il brivido millimetrico dei muretti.
Ma il vero, autentico soggetto televisivo del Gp è uno solo: l’imprevisto, secondo la grande lezione monegasca di Alfred Hitckock. Montecarlo non vive di sorpassi, vive di tensioni e di errori. È un thriller psicologico dove si aspetta solo il passo falso

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