Il «problema Hormuz» non ci assillerà per sempre. Le economie di mercato hanno una innata capacità di adattamento. Hanno flessibilità, reattività, resilienza. Ogni crisi energetica – e ne abbiamo collezionate davvero tante, a intervalli ravvicinati dal 1956 in poi – ha generato risposte di varia natura. Dopo ogni shock, le mappe geografiche degli approvvigionamenti si sono messe in movimento, e in breve tempo è emerso un mondo diverso. Perciò che ragiona in modo statico, e dà per scontato che la capacità di ricatto del regime iraniano a Hormuz sarà un dato perenne, fisso e immutabile, non ha studiato la storia.
Hormuz ha un valore immenso oggi, come punto di strozzatura dell’economia globale. Ma è un valore destinato a deperire velocemente, a decrescere nel tempo, perché il mondo intero sta già attivandosi per cercare alternative. Un giorno ci «sveglieremo» e scopriremo che Hormuz è diventato molto meno trafficato, meno importante. Il mercato funziona. Anche i governi non stanno con le mani in mano, alcuni sono più reattivi di altri, tutti imparano qualcosa. Chi crede di potersi godere una rendita parassitaria in eterno – anche se la rendita si chiama «geografia», nel caso del regime iraniano a Hormuz – sbaglia i suoi




