
Il gruppo svedese taglia 1.700 posti in Italia. Dietro ai numeri, una concorrenza feroce e un labirinto di regole europee che mettono a rischio il futuro dell’industria degli elettrodomestici
Cerreto d’Esi, entroterra fabrianese. Centosettanta lavoratori, 77 mila cappe aspiranti prodotte nel 2025, una storia travagliata che negli anni non si era mai davvero stabilizzata. Adesso il sipario: Electrolux ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento entro la fine del 2026. È la punta più visibile di un piano che cambia la mappa industriale del paese.
Nel corso dell’incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la multinazionale svedese ha svelato i dettagli di una pesante ristrutturazione: 1.719 esuberi su 4.500 lavoratori totali in Italia. Il conto, però, potrebbe essere più salato: Electrolux non avrebbe conteggiato secondo stime sindacali interne i 208 contratti a termine che non verranno rinnovati, portando la cifra complessiva vicino ai 2.022 esuberi. I sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno giudicato il piano inaccettabile e hanno proclamato un primo sciopero di otto ore in tutti gli stabilimenti. Centinaia di lavoratori si sono raccolti davanti al ministero. Il ministro Adolfo Urso ha convocato un tavolo, che non ha portato al ritiro del piano: l’azienda è




