
L’ultima opera da direttore musicale resterà agli annali come una delle tappe più avvincenti di tale sua avventura artistica
Nabucco è l’ultima opera che Riccardo Chailly guida come direttore musicale della Scala e resterà agli annali come una delle tappe più avvincenti di tale sua avventura artistica. Il primo successo verdiano è titolo infido perché un materiale grezzo convive con pagine di qualità dove s’intravvede il Verdi di molto poi.
Chailly attraversa tal campo di battaglia con vigore, slancio, positività senza essere mai bandistico e dona il giusto risalto a dettagli preziosi: per dirne uno, il geniale passo rossiniano (ma non troppo) dei sei violoncelli che introducono la Preghiera dell’atto II. E mancherà in teatro la sua attitudine allo studio costante delle fonti, al non sedersi sul già noto ma a ripensare ogni volta, con coraggio, la migliore formulazione del testo e del modo di affrontarlo; nella fattispecie valorizzando i Ballabili dell’edizione «Bruxelles 1848», nota solo ai musicologi più addentro l’universo verdiano.
Ben nota a tutti è invece la squadra dei cantanti. Ai vari Salsi, Netrebko, Meli e Pertusi — tutti molto bene, in particolare il baritono protagonista per la varietà e qualità dei colori espressivi — si aggiunge il saldo




