di Francesco Bertolino
Impianti vecchi e lontane dai pozzi, tasse ambientali penalizzanti e mancanza di investimenti: in Ue sono rimaste solo 94 raffinerie, 11 delle quali in Italia. Con il blocco dello stretto di Hormuz, le forniture estere sono a rischio
La raffineria nigeriana di Dangote si trova a pochi chilometri da Lagos, in una zona franca. Attorno al più grande impianto d’Africa, nelle ultime settimane, è tutto un via vai di navi cisterna dirette verso i porti di Amsterdam, Rotterdam, Londra. Dalla chiusura dello stretto di Hormuz in poi, infatti, il cherosene prodotto a Dangote è diventato indispensabile per la continuità dei voli europei. A marzo la Nigeria ha fornito il 10% del jet fuel importato dall’Europa, ad aprile il 16%; prima della guerra, la media era del 3%, stando ai dati di Kpler pubblicati sul «Corriere» nei giorni scorsi.
L’allarme di Descalzi
L’ascesa di Dangote dimostra, da un lato, la capacità di adattamento del mercato dinanzi a una crisi energetica senza precedenti. Dall’altro, la dipendenza dell’Europa nelle forniture non solo di petrolio grezzo, ma anche dei suoi derivati. «Siamo in una situazione in cui hai la capacità di produrre ciò che ti serve, oppure rischi e




