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LA GUERRA NEL DNA?

imageUna socialità paradossale

La nostra socialità è paradossale. Veniamo infatti da una lunga storia naturale, nel genere Homo, in cui abbiamo imparato a cooperare e a essere altruisti gli uni verso gli altri, sì, a patto però che questi «altri» fossero nostri parenti o membri del nostro stesso gruppo. Le capacità di collaborazione umane nascono all’interno di piccoli gruppi che erano in competizione con altri gruppi per le risorse, il territorio, la riproduzione. Come scrisse alcuni anni fa su Nature l’economista e biologo Samuel Bowles, il conflitto (tra gruppi) è stata la levatrice dell’altruismo (nel gruppo). Lo aveva già intuito Charles Darwin ne L’origine dell’uomo. Il primatologo di Harvard Richard Wrangham lo ha definito «il paradosso della bontà». Nei nostri cugini più prossimi, gli scimpanzé, notiamo in effetti la stessa ambivalenza: coesione di gruppo e ogni tanto eruzioni di «aggressività letale di coalizione», quando un gruppo muove contro un altro, lo attacca, uccide i cuccioli e li sbrana.
Da una decina d’anni abbiamo anche prove neuroscientifiche di questa doppiezza. Il nostro cervello ancora oggi attiva automaticamente un sistema profondo di identificazione dell’altro come appartenente al «noi» oppure estraneo, «altro da noi», attraverso l’amigdala, che presiede alle emozioni reattive di minaccia, difesa, protezione.

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