di Laura Magna
Lo studio TEHA-Ambrosetti fotografa un Paese spaccato: ricerca, export e manifattura restano competitivi, ma l’Italia continua a perdere terreno su istruzione, competenze STEM e investimenti in innovazione. E per invertire la rotta servono dieci interventi strutturali (che forse non arriveranno mai)
L’Italia continua a produrre eccellenze industriali, scientifiche e tecnologiche riconosciute nel mondo. Ma non riesce ancora a trasformarle in un sistema innovativo diffuso, stabile e competitivo. È questo il grande paradosso che emerge dal nuovo Global Innosystem Index 2026, lo studio elaborato da TEHA Group – la società di consulenza strategica e think tank nata dall’evoluzione di The European House – Ambrosetti – presentato durante il Technology Forum di Stresa, uno degli appuntamenti di riferimento in Italia sul rapporto tra innovazione, industria e competitività.
Il quadro è nitido: il Paese possiede punte di assoluta eccellenza, ma continua a soffrire un deficit strutturale di competenze, cultura scientifica e diffusione del digitale. Una debolezza che impedisce all’innovazione di diventare davvero “sistema”.
L’Italia si colloca al 31esimo posto mondiale per capacità di innovazione su 49 economie analizzate. Un risultato che fotografa un ritardo ormai cronico rispetto ai principali hub internazionali della tecnologia e della




