
di Paolo Mereghetti
Nel film di Emmanuel Marre, il protagonista è ispirato al suo bisnonno; le ambizioni sprecate dell’americano Ira Sachs
La banalità quotidiana del male. Quasi fosse una specie di declinazione dell’idea di Hannah Arendt, il film di Emmanuel Marre Notre Salut (La nostra salvezza) racconta il coinvolgimento sempre più pressante di un anonimo ingegnere (Swann Arlaud) nel governo di Vichy.
Convinto che il suo libro Notre Salut possa rendere più efficiente l’amministrazione, riesce a farsi assumere dal neonato governo di Pétain e giorno dopo giorno mette in pratica le sue idee. Peccato che servano per mandare i francesi a lavorare in Germania o per «dislocare» gli ebrei.
E mentre la voce fuori campo della moglie legge le lettere che gli manda in attesa di raggiungerlo, lui prosegue nella sua carriera di collaborazionista, che il regista filma con la precisione di un entomologo, come se al di fuori delle mura di quell’ufficio o di quell’appartamento non ci fosse una guerra.
I mesi passano, la famiglia riunita finisce per divorziare e il protagonista passa da Vichy a Parigi, prendendo finalmente coscienza del campo politico a cui apparteneva, per lasciarlo però appena sa che gli americani




