
Il regista trasforma la liturgia rassicurante di un programma televisivo in una tragedia dell’assurdo
A 86 anni Marco Bellocchio firma uno dei suoi lavori più rigorosi e necessari, sorretto dall’interpretazione magnetica di Fabrizio Gifuni. Un’opera più lucida di molti suoi film attraversati da astratti furori.
«Portobello» è la prima serie italiana prodotta da HBO e segue il caso Enzo Tortora dall’arresto (1983) fino all’assoluzione, tre anni dopo. Attraverso sei episodi, Bellocchio dipinge un ritratto dell’Italia di quegli anni: dal programma più famoso dell’epoca alla criminalità organizzata fino al funzionamento di una certa giustizia (HBO Max).
Bellocchio compie un’operazione spietata: trasforma la liturgia rassicurante di un programma televisivo in una tragedia dell’assurdo. Il mercatino del venerdì, con la sua Italia minuta e candida, si rovescia nell’aula di tribunale. Stessa scena, stessi rituali, ma qui si consuma un sacrificio, qui si compie un’autopsia morale di una nazione.
Se con il suo programma Tortora ha svelato a milioni di italiani un’Italia che non conoscevano — rappresentata dalle stravaganti invenzioni e dall’universo umano di «Fiori d’arancio» e «Dove sei?» — con il processo si immola per far emergere le storture di una giustizia vendicativa, superficiale e moralistica, che aveva bisogno di visibilità per tenere in piedi un




