Canada. Incontro con il professor Salvatore Bancheri

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Docente all'Università di Toronto, regista, attore, impegnato nella vita comunitaria, Bancheri è convinto che la ricchezza multiculturale sia la chiave del successo delle nuove generazioni.

di Anna Maria Zampieri Pan

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«Uno, nessuno, centomila» ha risposto Salvatore Bancheri quando gli ho chiesto come si definisce. Citato il titolo del celebre romanzo pirandelliano, ha però aggiunto «dipende». E non senza ragione. Come per ciascuno di noi, la definizione personale di identità è soggetta a una serie di «se» e di «ma» che aggiungono al nocciolo originario strati particolari, relativi all’ambiente, alle circostanze, agli stati d’animo e fors’anche all’opinione altrui. Ne deriva un ventaglio di sfumature e informazioni. Come quelle fornite dal mio interlocutore: sulla storia personale e familiare, sulla formazione culturale e i conseguimenti accademici, sulle iniziative comunitarie e sulla sua grande passione per il teatro. Una vita movimentata che comprende l’emigrazione in età giovanile. Un caleidoscopio di attività e interessi, poggiati su una profonda formazione umana e cristiana. Personaggio solare e generoso come la terra di Sicilia in cui è nato, Bancheri comunica calore umano, sa invogliare all’impegno e al servizio per il bene comune.
(Photo: Salvatore Bancheri con la moglie Cristina e le figlie Andria e Monica.)

Bancheri è full professor all’Università di Toronto dove sta reggendo il Dipartimento di Italianistica. Il suo curriculum accademico è di tutto rispetto e sono numerose le pubblicazioni da lui curate. Dal 2005 è direttore del Frank Iacobucci Centre for Italian Canadian Studies oltre che della prestigiosa rivista Italian Canadiana. Il Centro – intitolato ufficialmente nel 1984 al celebre giudice di Corte Suprema del Canada, Frank Iacobucci, oriundo italiano nato a Vancouver – costituisce un forum di discussione per lo scambio di idee tra specialisti e studenti; è perciò un’importante fonte di studi relativi a tematiche italocanadesi. Italian Canadiana, la rivista del Centro stesso, ne documenta attività e iniziative. Fondata in cooperazione con il Centro Canadese Scuola e Cultura Italiana nel 1984, la pubblicazione è dal 1988 parte integrante del Dipartimento di Studi Italiani dell’Università di Toronto. Avendo per scopo la ricerca sui vari aspetti di vita degli italocanadesi, riporta articoli e rassegne critiche nelle lingue inglese, francese e italiano. In aggiunta ai contributi accademici, ha sezioni dedicate a scrittura creativa, commenti sociologici, profili comunitari di italocanadesi che si sono particolarmente distinti in campo culturale e sociale. Una fotografia della presenza italiana in Canada.
Ho chiesto al professor Bancheri come, secondo lui, è sentita e considerata l’italianità ai vari livelli della società canadese. La sua risposta? «Il concetto di italianità o italicità è complesso, e varia non solo da un livello all’altro della società, ma da individuo a individuo. L’importante è non soffermarsi soltanto ai suoi aspetti esteriori: musica, sport, cibo, moda, tradizioni festive, ma sposarne gli aspetti fondamentali: cultura, religiosità, forte concetto di famiglia». E come vede – ho insistito – il cammino delle nuove generazioni, tra identità d’origine e identificazione nella realtà multiculturale canadese? «Secondo me, le nuove generazioni si rendono conto che il loro futuro è nella realtà multiculturale e che devono lottare per far sì che questa realtà sia multiculturale a tutti gli effetti, libera da qualsiasi forma di stereotipo e da qualsiasi sorta di discriminazione dovuta al colore della pelle, alle proprie tendenze religiose o sessuali. Allo stesso tempo le nuove generazioni canadesi devono sempre ricordarsi che la loro forza sta nel loro bagaglio culturale, sia presente che passato. Per usare una metafora, le nuove generazioni devono fare ciò che si fa quando si guida: guidare avanti ma ogni tanto guardare indietro». In sostanza, costruire e progredire non perdendo di vista quanto c’è alle spalle in fatto di civiltà, di cultura e di umanità vissute e tramandate da chi c’era prima.
Salvatore Bancheri è un esempio vivente di quanto afferma. Lo è quando insegna (lingua, letteratura, corsi post-laurea) e quando fa teatro, e ne fa molto e bene. Lo è quando si interessa di tecno-didattica, «il campo che, forse, mi ha dato più prestigio in tutto il Nord America e oltre» sottolinea, e quando fa amministrazione, indispensabile nella sua posizione di graduate co-ordinator e acting chair della facoltà di Italianistica. Tra le sue specializzazioni rientra il teatro religioso, soprattutto post-tridentino. Considera il teatro, oltre che strumento di educazione e coesione comunitaria, veicolo efficace per l’insegnamento di una lingua seconda. Con il collega Guido Pugliese ha fondato due decenni fa la Compagnia Maschere Duemondi (*) che ha finora messo in scena all’Università di Toronto, a Mississauga, oltre venti commedie di autori italiani: da Goldoni a Eduardo De Filippo, da Pirandello a Dario Fo, da Campanile a Peppino De Filippo, e Scarpetta, Riccobene, De Roberto, Schembri e Pugliese. Gli attori sono studenti, e non necessariamente di lingua italiana. Il ricavato delle rappresentazioni – seguitissime da un pubblico sempre più numeroso ed entusiasta – va alla creazione di borse di studio. Cosí come avviene nel caso delle Maschere Petiliane, altra compagnia teatrale da lui fondata, che fa anche beneficenza.
«Faccio molto lavoro comunitario perché credo nella comunità, faccio teatro con e per la comunità, una comunità che mi rispetta – afferma –. Al Delia Social Cultural Centre recitiamo in dialetto siciliano, tra compaesani. È anche un modo per passare del tempo insieme con amici e soprattutto con fratelli e sorelle. Con me recitano, infatti, due miei fratelli e due mie sorelle. Io faccio il regista, e ogni tanto mi assegno una parte. Mi capita ogni volta di innamorarmi di un personaggio della commedia che stiamo recitando, e di rodermi dalla gelosia per aver assegnato la parte a un altro». Ritorna continuamente in lui il riferimento alla famiglia. È il sesto nato di otto figli, cinque maschi e tre femmine, trasferitisi definitivamente in Canada negli anni Settanta. Attribuisce all’incoraggiamento e al sostegno concreto della famiglia il suo successo professionale. «Come nelle famiglie numerose, spesso sono i più piccoli a trarre beneficio dai sacrifici dei più grandi: io ho tratto beneficio dai sacrifici dei miei fratelli e sorelle. Guidati da mio padre e da mia madre che nel loro piccolo avevano grandi vedute, hanno capito l’importanza di un’istruzione in un periodo in cui ciò non era così ovvio o diventava secondario davanti alle impellenti necessità economiche».
Dopo le scuole elementari al paese, le medie a Catania dai Paolini, e il ginnasio a Roma, il giovane Salvatore, di profonde convinzioni religiose, si trasferì ad Alba, in provincia di Cuneo, presso gli amati Paolini dove completò la sua istruzione proprio tra coloro che usano i mass-media come strumento di evangelizzazione. «Ho avuto ottimi insegnanti e compagni di scuola, molti – come Pino e Antonio Sciortino, direttore quest’ultimo di Famiglia Cristiana – sono sacerdoti».
Fecero seguito, a Toronto, l’ultimo anno di liceo e la frequenza alla locale Università dove operò come assistente dal 1978 al 1983. Ottenuti due successivi incarichi temporanei all’Università di Ottawa e alla McMaster, nel 1985 completò il PhD in Italianistica, e fu immediatamente assunto dall’Università di Toronto (Campus di Mississauga) dove tuttora insegna. Nel suo curriculum appaiono anche sette permanenze come Visiting Professor alla prestigiosa scuola estiva del Middlebury College nel Vermont.
E nella vita privata? «Sono felicemente sposato da venticinque anni con Cristina, venuta in Canada all’età di 3 anni; e sono padre di due figlie: Andria di 22 anni, che ha completato gli studi universitari e sta conseguendo l’abilitazione all’insegnamento con specialità in religione e inglese, e Monica di 17 anni che sta completando il liceo. Abita con noi mia suocera, Angelina», ... fedele abbonata al Messaggero. Che cosa vorrebbe trasmettere ai suoi allievi il professor Bancheri? E alle figlie? «Ai miei allievi, l’amore per la cultura italiana, ma al di là di questo vorrei dare loro i mezzi necessari per prepararli al pensiero critico e, indirettamente, al rispetto degli altri. Alle miei figlie spero di aver trasmesso e di continuare a trasmettere i miei stessi valori: i sani principi morali, il rispetto per gli altri, il valore della famiglia, lo spirito di sacrificio, l’amore per la mia terra e cultura. Vorrei che fossero come me, ma senza i miei tanti difetti».

(*) www.utm.utoronto.ca/%7Ew3ita/theatre.html