Mauro Peressini anticipa i contenuti della mostra sugli italiani in Canada

Rurali? Sì. E ne siamo orgogliosi!

di Anna Maria Zampieri Pan

Vancouver

1165Finalmente, dopo anni di interviste e colloqui con oriundi italiani di età diverse, una risposta originale e articolata sul problema dell’identità! Me l’ha data Mauro Peressini, dal 1992 curatore del programma per il sud-ovest Europa e America latina al Museo canadese della civilizzazione; motto significativo: Multae culturae una patria.

Ho incontrato Peressini durante una sua recente visita a Vancouver in previsione della grande mostra «Italiani in Canada» (titolo provvisorio) che sarà inaugurata nel giugno del 2003 a Ottawa, nella sede del prestigioso museo, dove resterà aperta per dieci mesi prima di diventare, si spera, itinerante. Nell’ovest canadese ci si sta preparando da oltre un anno: focalizzato e pubblicizzato l’evento, sono state raccolte adesioni, testimonianze, ecc. Un comitato ad hoc – di cui faccio parte – presieduto dallo storico Ray Culos e assistito da Donatella Geller, dirigente delle attività culturali del Centro italiano, è in permanente contatto con il curatore della mostra. La giovane ricercatrice Laura Quilici è stata incaricata di coordinare il progetto, cioè di provvedere una prima selezione e illustrazione del materiale localmente individuato. Ma di come si articolerà la mostra, scriverò in futuro. Vorrei lasciar parlare il suo ideatore.

Nato a Montréal nel 1957 da genitori friulani arrivati quattro anni prima da Maiano di Udine, nel corso dei suoi studi di Antropologia, con specializzazione in Etnologia, all’Università di Montréal prima, e a quella della Calabria poi, Mauro Peressini si è sempre più interessato alle questioni legate all’immigrazione e all’identità, argomenti approfonditi nelle tesi di laurea e dottorato. (*) Ecco la ragione dell’ampia argomentazione provocata dalla domanda che segue. È la risposta di un esperto che ha indagato, partendo da se stesso e dalla propria storia personale, motivazioni universali. Costituisce un esempio illuminante per quanti come noi – emigranti, esuli, erranti per le vie del mondo – siano alla ricerca di un senso vero della propria identità.

Msa. Come oriundo italiano con una collocazione di leadership culturale nel contesto multiculturale canadese, come definisce la sua identità?

Peressini. È una questione complessa, difficile da riassumere in poche parole. Ciò che ciascuno di noi è (la propria identità), nessuno sa veramente, perché siamo fatti di tutte le esperienze sociali – incontri con altri individui, gruppi, istituzioni – vissute dalla nascita in poi. Innanzitutto, dire che io sono «italiano», «canadese» o «italo-canadese» è semplificare molto la realtà. Da una parte l’Italia, come ogni altro Paese, è fatta di un’infinità di culture regionali e sub-regionali. Se, dunque, debbo parlare della mia origine, dovrei dire non che io sono «italiano» ma che sono «friulano». Ma questo non basta, è semplificare troppo: dovrei precisare che i miei genitori sono originari di quella particolare zona del Friuli, le colline friulane – ben diverse da montagne, pianure e litorali. Potrei continuare precisando indefinitamente le mie origini: dire che i miei genitori vengono non dalla città ma dalla campagna e appartengono quindi a quel mondo agricolo friulano fatto di piccoli proprietari terrieri; e aggiungere che mio padre era anche falegname e mio nonno materno era impiegato in una distilleria, ciò che ha molto influenzato mia madre nelle sue aspirazioni per i figli. Potrei continuare enumerando all’infinito le caratteristiche delle mie origini che hanno sicuramente marcato la mia identità.

Ma non contano solo le origini. La cultura umana di ciascuno di noi – gusti, valori, conoscenze, preferenze, ecc. – non cessa mai di modificarsi. Io sono stato perciò influenzato dalle persone incontrate dalla nascita in poi e dalle esperienze vissute. Perciò dovrei dire, prima ancora, che io sono nato a Montréal, ho frequentato una scuola francofona, ho trascorso parte della mia vita giocando con bambini dei quartieri popolari, in seguito ho avuto amici di molte nazionalità (italiani, cileni, portoghesi, brasiliani, arabi, ecc.), ho sposato una francese «di Francia», nata a La Rochelle, dove trascorro quasi tutte le mie vacanze, ecc. Risultato: mangio spesso cibi italiani, ma anche brasiliani, cinesi e giapponesi, ecc. Amo ascoltare musica italiana, ma anche la radio algerina o alcuni cantanti francesi e così via.

La mia vera identità (ed è così per la maggioranza di noi) è dunque questo ed altro ancora. È perciò difficile definirla semplicemente con un aggettivo («italiana», «canadese» o «italo-canadese»). Allorché si utilizzano tali espressioni per definirsi, si dovrà sempre tenere presente che si tratta di costruzioni utili, ma alquanto semplificative di ciò che siamo.

Qual è il suo rapporto con l’Italia?

Con l’Italia in generale, ho piuttosto un rapporto «intellettuale» fatto dei miei studi, delle mie ricerche e del mio lavoro: seguo quanto succede, quanto si pubblica, ecc. Debbo anche dire che, dal momento che mia figlia – 10 anni – è nell’età in cui può far tesoro dei viaggi, spero di farle vedere e conoscere questo Paese, come già conosce la Francia, paese materno. Mantengo anche rapporti affettivi e amicizie in Italia: con colleghi e amici universitari, ma anche con le persone incontrate in Calabria durante le mie ricerche di dottorato.

Com’è nata in lei l’idea della mostra dedicata agli italiani in Canada, in programma per l’anno venturo al Museo della Civilizzazione?

L’idea della mostra è nata da un’insoddisfazione. A lungo (prima della Seconda guerra mondiale e durante gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta), gli italiani in Canada sono stati visti, dagli anglo-canadesi e dai franco-canadesi, come persone appartenenti ad un mondo contadino superato nei confronti del Canada e dell’America «moderni». Di fronte a tale svalorizzazione degli italiani in Canada, la reazione di molti italo-canadesi (specialmente di quanti hanno conosciuto una certa mobilità sociale: uomini d’affari, intellettuali, artisti, ecc.), è stata quella di affermare: «Ma no! Noi, gli italo-canadesi, non siamo più come quelli, non siamo più dei contadini! Smettiamola di parlare delle nostre origini rurali! Mettiamo in mostra, piuttosto, gli italo-canadesi affermatisi negli affari, nelle scienze, nelle arti, ecc.». Sono molto insoddisfatto di questa reazione, perché sottintende che dovremmo vergognarci delle nostre origini rurali. Tale reazione significa che ciò che i nostri genitori e nonni sono stati – e il 90% proviene dal mondo contadino – non può contribuire alla nostra fierezza di essere italo-canadesi. Tale reazione dice che non dovremmo essere fieri di quanto i nostri genitori e nonni hanno costruito in Canada, pur non essendo in maggioranza diventati uomini d’affari, intellettuali e artisti. Perché? Chi ha stabilito che le origini rurali della maggior parte degli italo-canadesi non abbiano valore?

Di conseguenza, ho deciso di reagire esattamente all’inverso: piuttosto di evitare di parlare delle origini rurali della stragrande maggioranza degli italo-canadesi, mi sono detto che avrei dovuto orientare la mostra soprattutto sulle origini rurali per dimostrare che quanti le svalorizzano lo fanno per ignoranza: per ignoranza dell’immensa ricchezza di conoscenze, di saper-fare, di valori, ecc. che gli emigrati italo-canadesi hanno apportato dalle loro campagne friulane, venete, molisane, calabresi, siciliane, e così via. Per ignoranza della grande influenza che queste culture popolari d’origine rurale hanno, ancor oggi, sul mondo moderno e sul Canada contemporaneo: guardiamo al successo della gastronomia italiana esploso dagli anni Ottanta, osserviamo come «i canadesi» imitano oggi gli italiani nel realizzare i loro giardini, come «i canadesi» apprezzano la socievolezza degli italiani, il loro spirito di festa, l’ambiente dei loro caffè, ecc.