I DESTINI INCROCIATI DI (PADRE) GABRIELE PONTONI E FABRIZIO CIANO

Il francescano che salvò i nipoti di Mussolini
di Anna Maria Zampieri Pan

andrea_pontonigabriele_pontoniVANCOUVER
Questa è una storia di vicende umane, un riassunto di curiose coincidenze che ho vissuto nel corso dell'ormai pluridecennale lavoro di comunicazione dalla costa canadese del Pacifico. Per varie ragioni ho temporeggiato. Prendevo appunti e conservavo documenti, riflettendo sull'opportunità o meno di diffondere notizie e particolari che avrebbero potuto provocare interpretazioni scandalistiche o poco fedeli alla verità. Penso, tuttavia, che ogni storia personale, per il fatto stesso di essere conosciuta e condivisa, arricchisce la storia umana di cui tutti siamo testimoni e, talora, protagonisti; nel bene e nel male. Il giudizio finale non sta nelle nostre mani.

Sono due i protagonisti del mio racconto incrociato. Entrambi ex migranti italiani: il primo è vissuto a Vancouver dalla metà degli anni Ciquanta ai primi anni Ottanta. Era nato a Trevignano Romano alla vigilia dell'epoca fascista. Di geniale intelligenza, destinato alla vita monastica dalla religiosissima mamma, in accordo con il parroco del luogo. Papà non era convinto fosse la scelta giusta, ma aveva lasciato fare. L'ordine dei minori francescani aveva accolto il vivace tredicenne, provvedendo alla sua formazione umana e spirituale. Dieci anni dopo, il giovane veniva consacrato e iniziava la sua missione sacerdotale. Agli studi di Teologia e di Psicologia, aggiungeva una laurea in Lettere con onore, un dottorato in Filosofia, un diploma in Storia e Letteratura assegnatoli dall'allora Ministero nazionale dell'educazione. Apprezzato come brillante predicatore e paziente confessore, allo scoppio della Seconda Guerra mondiale il frate veniva catapultato in prima linea come cappellano militare. In Jugoslavia prima, sotto i bombardamenti di Napoli poi, e quindi su un treno-ospedale della Croce Rossa a raccogliere feriti e moribondi lungo la penisola italiana.

fabrizio_cianoL'8 settembre 1943 quel treno stava transitando per la Calabria, diretto al nord, quando un altoparlante annunciò l'arresto di Mussolini, la nomina di Badoglio a primo ministro, e l'armistizio. La guerra era tutt'altro che finita, e la pace ancora lontana. Sarebbe occorso molto tempo per risanare le ferite di una martoriata Italia, trascinata nella folle avventura dell'allenza con la Germania di Hitler. A Verona accadde un episodio determinante per il futuro di padre Gabriele Pontoni. Sceso fortunosamente dal treno - che una pattuglia della Wehrmacht aveva catturato per dirottarlo in Germania - gli fu chiesto, misteriosamente e in assoluta segretezza, di portare a compimento una rischiosa missione umanitaria.

L'altro personaggio, una quindicina d'anni più giovane di lui, era nato nel 1931 a Shanghai, in Cina, dal conte Galeazzo Ciano, all'epoca console d'Italia in quella città, e da Edda Mussolini, figlia primogenita del Duce. Richiamata la famigliola a Roma, una sorellina e un fratellino erano arrivati a far compagnia al privilegiato Fabrizio. Papà era diventato il brillante Ministro degli Esteri del governo fascista, i giorni di mamma si dividevano tra famiglia, alta società e volontariato in qualità di crocerossina. Ma un giorno tutto questo si interruppe. Tragedia su tragedia, vite umane sacrificate alle ragioni di stato, vendette personali, miopia politica, assurdo egoismo. Papà Galeazzo, cacciato e condannato alla fucilazione per tradimento del regime; il non più potente nonno Benito trasformato in fantoccio dei tedeschi, poi catturato dai partigiani, barbaramente ammazzato ed esposto al pubblico ludibrio in piazzale Loreto, a Milano. L'altra faccia della dittatura. Loro tre, bambini, sballottati tra Germania e Italia, merce di scambio e di ricatto nel gioco perverso degli adulti. Nascosti e trasferiti in modo avventuroso in Svizzera, nel dicembre 1943, un mese prima di ritrovarsi orfani di padre, e mimetizzati sotto falso nome. Fabrizio (Ciccino) aveva allora 12 anni, 10 Dina e Marzio 6. Tutto questo e molto più è raccontato in Quando il nonno fece fucilare papà, edito dalla Mondadori nel 1991. Un libro autobiografico scritto con equilibrio e grande sensibilità dal primogenito dei conti Ciano, una volta immigrato in Costarica con la moglie Beatriz Uzcategui, incontrata in Venezuela dove lui aveva ricoperto incarichi aziendali.

Un'incredibile coincidenza
Nei primi anni Ottanta, quando ero arrivata da poco a Vancouver, sentii parlare di un eccentrico personaggio, riverito per la vastissima cultura e le iniziative originali condivise con la comunità italiana e multiculturale. Lo chiamavano "il professore".

Era approdato in Canada alla metà degli anni Cinquanta, felicemente sposato con una giovane insegnante vancouverita conosciuta a Monterey in California. Dopo aver girovagato per l'intero continente americano, in fuga dall'Italia post-bellica, ma soprattutto dai fantasmi del passato, e dalla turbolenza di pensieri e sentimenti che senza posa lo inquietavano. Si era mantenuto dipingendo e facendo conferenze. Nel 1956 aveva fondato e gestito un Caffè letterario, con art-gallery e biblioteca, punto d'incontro di quanti avevano voluto farne tesoro. Era stato insegnante presso scuole secondarie, e docente universitario a Nelson, nell'interno della British Columbia. Aveva, in seguito, ottenuta la licenza di aprire in città uno studio di Psicologia, materia e metodo che andava approfondendo da anni. La sua disponibilità umana e professionale era ricercata e apprezzata. Di carattere estroverso, libero da assolutismi e dogmatismi, generoso e ottimista: era il dottor Andrea Pontoni, l'ex padre Gabriele. Era la persona che in quel lontano dicembre del 1943 aveva aiutato a portare in salvo i tre bambini Ciano attraversando clandestinamente, di notte, il confine italo-svizzero. A spese della propria incolumità fisica, ma soprattutto giocandosi il futuro di frate e di sacerdote. Tutto ciò è raccontato e analizzato in From the Confessional to the Couch (Dal confessionale al lettino di psicoanalisi), uno dei molti libri e trattati firmati dal Pontoni.

Il mistero del sogno interrotto
"Perchè quello era il nostro rifugio, la neutrale Svizzera. Trascorremmo la notte in una baita, dove ci raggiunse anche un personaggio di cui non seppi mai il nome: era vestito da prete ma prete non era. Anche lui faceva parte del gruppetto che aveva preparato la nostra fuga" avevo letto a pagina 91 di Quando il nonno fece fucilare papà. E ancora, nelle pagine conclusive: "esisteva un sogno ricorrente.... a un certo punto immancabilmente s'interrompeva.... Ecco un'altra cosa che vorrei chiedere a uno psicanalista, caso mai ne incontrassi uno. Fino ad oggi non ne ho mai frequentati, nè in veste professionale nè di amicizia....".

E allora - era il gennaio 1992, diciotto anni fa! - ho scritto a Fabrizio Ciano: per fargli sapere che sì, quel prete che li aveva portati in salvo era davvero un prete; successivamente sottoposto ad interrogatori dalla polizia, all'internamento, alla condanna a morte miracolosamente scampata, alla dispensa dallo stato monastico e sacerdotale ottenuta da Papa Pio XII, e quindi protagonista di lunghi pellegrinaggi in giro per il mondo alla ricerca di una nuova identità e professione. E divenuto anche uno psicanalista.

quando_il_nonno"Ho scritto quello che ricordavo di quel periodo piuttosto violento", mi confidava di rimando il conte Ciano, ringraziandomi delle informazioni e appuntando alcune righe delle pagine Pontoni che gli avevo inviato in fotocopia. "Sono dispiaciuto che il prof. Pontoni sia mancato prima che potessi mettermi in contatto con lui. I miei ricordi coincidono in molte cose con quello che scrive, anche se su alcuni particolari ho dei dubbi.... In tutti i casi questo non toglie nulla al coraggio di padre Gabriele, che sono lieto di sapere che "padre, sì era!" E ancora: "Ma tutto questo fa parte di un passato che non dimentico, ma che è solo questo: passato. La vita, grazie al Cielo, continua e ogni giorno ci regala qualcosa di nuovo e di bello, qualcosa per cui vale la pena vivere pienamente gli anni che passiamo su questa terra". Ciò sembra far armoniosamente eco a quanto in precedenza aveva affermato Andrea-Gabriele Pontoni: "Ho cessato di essere un prete, ma non ho mai cessato di credere in Dio", e "nonostante l'abbandono dell'ordine francescano, sono tuttora profondamente grato ai frati che mi hanno provveduto un'educazione classica, e con pazienza e amore mi hanno guidato sulla via della conoscenza. Come potrei dimenticare san Francesco d'Assisi? Da lui ho imparato ad amare gli animali e gli uomini, e il modo di scoprire la bellezza in ogni cosa esistente, sia il fuoco, la bufera, e persino la morte da lui chiamata sorella".

Mi piacerebbe poter descrivere l'incontro dei miei due personaggi nell'infinito paradiso della pace eterna. Immaginiamolo! Fabrizio Ciano vi si è diretto due anni anni fa, Andrea Pontoni da oltre un venticinquennio.

(Dalla rubrica PROTAGONISTI, pagg.44-45 de Il Messaggero di sant'Antonio, Edizione italiana per l'estero, Ottobre 2010)